“Un Mondo È Possibile”: perché salvaguardare non basta

Da Pollica, un laboratorio che fa del futuro una pratica di relazione

C’è un momento preciso in cui capisci che qualcosa ha smesso di essere un’idea e ha cominciato a essere reale. Per me, quel momento si ripete ogni volta che arrivo a Pollica. Quando vedo giovani ricercatori distribuirsi tra gli orti e gli ulivi. Quando trovo studenti seduti a giocare a carte da Jerry con gli i nonni e le nonne della comunità, e capisco che la ricerca è già cominciata. Quando vedo scienziati costruire alleanze con la comunità prima ancora di avviare un esperimento. Quando artisti trasformano un castello medievale in un laboratorio aperto senza chiedersi se sia il posto giusto, perché sanno già che lo è. Non è un progetto. È un organismo vivo.

Dobbiamo essere onesti su dove siamo. Non stiamo attraversando una fase di transizione. Stiamo entrando in un’era di disruzione sistemica. E prima che lo pensiate: non è catastrofismo. È solo che guardare i dati senza filtri richiede un certo stomaco.

Instabilità climatica. Frammentazione geopolitica. Accelerazione tecnologica senza precedenti. Fragilità sociale e mentale crescente. I nostri sistemi non sono semplicemente sotto pressione: stanno cominciando a cedere. Quello che osserviamo non è una crisi passeggera. È uno spostamento strutturale della condizione umana.

In questo scenario, non basta un piano di salvaguardia. Serve qualcosa di più ambizioso e più coraggioso: un piano di ricostruzione. Perché salvaguardare è difensivo, preserva ciò che rimane. Ricostruire è intenzionale: rigenera. E la rigenerazione, di ecosistemi, comunità, sistemi alimentari, fiducia, significato, non accade dall’alto verso il basso. Emerge luogo per luogo, comunità per comunità.

Questa è la premessa da cui tutto parte. E Pollica, con la sua storia, la sua ostinata bellezza, la sua vocazione a fare da laboratorio, è una delle risposte più concrete che conosco.

Da dove viene tutto questo

Nel settembre del 2020, nel pieno della pandemia, Pollica ospitò il Climate Shapers Boot Camp organizzato con la FAO. Eravamo reduci da mesi di chiusura forzata, e in quel borgo del Cilento (comunità emblematica UNESCO della Dieta Mediterranea) qualcosa si spezzò, nel senso buono. La verità era lì, scomoda e luminosa: il mondo non aveva bisogno di ricominciare come prima. Aveva bisogno di persone disposte a stare insieme in modo diverso. Aveva bisogno di prototipi veri, di luoghi capaci di immaginare e praticare un modo diverso di stare insieme.

Così è nato il Paideia Campus: non un campus accademico nel senso tradizionale, ma un polo sperimentale internazionale dove imparare un nuovo tipo di socialità e dove vivere appieno il concetto di ecologia integrale. Il nome stesso viene dalla Grecia antica, paideia come percorso di educazione integrale dell’essere umano in relazione al proprio ambiente. Un’eredità semantica che a Pollica trova una forma concreta, tra uliveti, paesaggi costieri e saperi millenari.

La sede è il Castello dei Principi Capano. Un castello medievale, sì. Ma soprattutto il luogo che Angelo Vassallo (sindaco, pescatore, visionario ucciso dalla criminalità nel 2010) aveva ristrutturato per la sua gente. Non per i turisti. Per la comunità.

Il progetto nasce da lì: dal Comune di Pollica, dal Centro Studi che porta il suo nome, e dal Future Food Institute. Nasce da quella stessa convinzione che animava Angelo: che un luogo può scegliere chi vuole essere. Che bellezza e giustizia non sono in conflitto. Che rigenerare un territorio significa prima di tutto rigenerare le relazioni tra le persone che lo abitano

Cosa significa sperimentare in un luogo

Ho scritto recentemente ch il futuro è nei luoghi che scelgono “chi” vogliono essere. Pollica è uno di quei luoghi. C’è qualcuno che, tra visione politica (quella del Sindaco Stefano Pisani), pragmatismo e sperimentazione, non si è limitato ad accogliere il cambiamento: lo progetta, lo ha reso abitabile, lo sta trasformando in pratica quotidiana.

In questi sei anni, il Paideia Campus ha fatto la sua parte accogliendo ricercatori, studenti, scienziati, imprenditori e policy maker provenienti da tutto il mondo. Ha attivato progetti di innovazione per l’agricoltura, l’alimentazione, l’ambiente e il turismo sostenibile. Ha dimostrato che un piccolo borgo del Mezzogiorno può diventare qualcosa di più di un attrattore culturale: un hub bioregionale di resistenza e rivoluzione silenziosa.

Perché quello che è nato a Pollica non è rimasto a Pollica. Il modello è oggi parte della rete europea dei Bioregional Weaving Labs. Ha ispirato i Living Lab di Tokyo e di Montepaldi-San Casciano, nel cuore della Toscana. Si sta replicando attraverso una rete seed nel Mediterraneo allargato (Egitto, Marocco, Tunisia e Giordania) dove territori diversissimi si riconoscono nello stesso bisogno: costruire futuro a partire da ciò che hanno, non da ciò che manca.

Non è un modello da esportare. È una postura da apprendere. E’ linguaggio da condividere.

Il modello non è quello della valorizzazione del passato. È quello della rigenerazione come pratica di futuro: partire da ciò che un territorio custodisce: la Dieta Mediterranea, la biodiversità del Cilento, la memoria viva delle comunità, per costruire soluzioni nuove, scalabili, trasferibili.

Il cambio di paradigma che questo richiede è preciso: passare dall’estrazione alla rigenerazione, dall’efficienza alla resilienza, dalla scala all’intelligenza radicata nei luoghi, dal controllo alla cura. Non è una sfida tecnica. È una sfida di civiltà.

La residenza “È Un Mondo Possibile”: arte, scienza e comunità

Aprile 2026. Settanta tra studenti, ricercatori e dottorandi del corso di Nuove Tecnologie dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e dell’Università degli Studi di Napoli Federico II (guidati dai Proff. Franz Iandolo, Veronica Nasti, Alfredo Capuano e Marco Salvemini) sono arrivati al Castello dei Principi Capano. Non come turisti, non come visitatori: come artisti, come ricercatori, come abitanti temporanei di una comunità che impara facendo.

La residenza “È Un Mondo Possibile” — nata già nell’ottobre 2024 nell’ambito del PNRR P+ARTS, Partnership for Artistic Research in Technology and Sustainability — è molto più di un progetto di arte pubblica. È un esperimento di citizen science e citizen art: la comunità locale non è spettatrice, ma protagonista della produzione di conoscenza. Prima ancora di avviare uno studio formale, si costruisce relazione, si genera fiducia, si attiva partecipazione. È un paradigma che rovescia la tradizionale separazione tra chi studia e chi viene studiato.

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